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Migranti - Antropologia - Immigrazione - Foto di copertina di Gerd Altmann da Pixabay - Integration-1777536_1280

Migranti. Il punto di vista dell’Antropologia

Il panorama globale attuale porta l’impronta delle migrazioni in costante evoluzione, simili a fiumi che ridisegnano il territorio sociale europeo.

L’antropologia, come un microscopio multifocale, offre strumenti essenziali per analizzare questi fenomeni nelle loro sfaccettature culturali, sociali, politiche ed economiche.

Lo dimostra l’insegnamento di Antropologia dei processi migratori nel Master in Intercultural Competence and Management – Mediazione Interculturale, Comunicazione e Gestione dei Conflitti, diretto dal professor Agostino Portera e organizzato dal Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona (Dipartimento di Scienze Umane).

La doppia lente dell’analisi antropologica

Lo sguardo antropologico sui processi migratori opera come una bilancia: pesa e confronta le prospettive istituzionali “dall’alto” con le esperienze vissute dai migranti “dal basso”.

Questa duplice visione permette di esaminare i meccanismi giuridici e politici dell’accoglienza, spesso intrisi di violenza strutturale.

Permette anche di osservare le strategie di adattamento e resistenza messe in atto dai soggetti categorizzati come “migranti”, “richiedenti asilo” o “minori stranieri non accompagnati”.

L’approccio comparativo e diacronico dell’antropologia agisce come una bussola che orienta l’analisi oltre i confini europei, esplorando come diverse società, in epoche diverse, hanno gestito le migrazioni forzate.

Il paradosso delle politiche migratorie

Le politiche migratorie rappresentano oggi un campo di battaglia simbolico, l’ultima trincea di una sovranità nazionale in erosione.

Lo possiamo vedere da come i media mainstream e i social media rappresentano i fenomeni migratori e le persone migranti, agevolando in molti casi e assecondando la speculazione politica che non contribuisce a comprendere e gestire il fenomeno immigrazione.

Gli Stati europei hanno del resto trasformato il contrasto all’immigrazione in pilastro politico, creando un sistema di mobilità stratificata: porte aperte per professionisti qualificati e turisti; cancelli socchiusi per i ricongiungimenti familiari; barriere per lavoratori a bassa qualificazione.

Questa architettura del controllo dell’immigrazione poggia su fondamenta diverse:

  • Crisi economiche ricorrenti
  • Timori per la sicurezza acuiti dopo l’11 settembre
  • Protezione del welfare state
  • Difesa di una presunta identità culturale omogenea

Come in un paradosso di Zenone, nonostante gli sforzi per limitare i flussi, le migrazioni continuano a crescere.

La crisi climatica, le troppe guerre nelle diverse parti del mondo, le crisi economiche e sociali che portano allo sfruttamento e alla miseria delle persone: tutti questi fattori concorrono a creare il fenomeno migratorio.

Da non trascurare, poi, le persecuzioni di gruppi, etnie e singole persone, in ragione della loro culturale, appartenenza di genere piuttosto che posizione politica. Il che rende importante la regola della protezione per chi chiede asilo e per i rifugiati.

Le politiche dichiarate e quelle praticate – nei diversi Stati europei – divergono, creando uno scarto dove si insinuano attori diversi: dalle “burocrazie di strada” alle organizzazioni internazionali, dai datori di lavoro alle associazioni umanitarie.

Il caso dei rifugiati: una sfida alla “Fortezza Europa”

I richiedenti asilo rappresentano oggi la sfida più potente alla sovranità in materia migratoria, ci dicono gli studi degli antropologi.

Non è una questione di numeri – la maggioranza dei rifugiati trova protezione in Paesi del Sud globale – ma per la loro forza simbolica.

L’Europa risponde con un gioco di specchi: politiche di “scaricabarile” tra Stati membri, criminalizzazione dei trafficanti come diversivo, assenza di canali sicuri per la protezione.

Di tutto questo troviamo troppo spesso lo specchio informativo sui media.

Persino molti giornalisti, senza contare i cittadini comuni quando intervengono sul fenomeno dei richiedenti asilo, bollano come “clandestini” quelle persone che – con i diritti basati sulle leggi internazionale – entrano in un Paese per chiedere protezione con tutti i diritti per farlo.

L’Agenda dell’Unione Europea del 2015, pur introducendo meccanismi di ricollocamento e reinsediamento, mostra le crepe di un edificio istituzionale edificato su fondamenta discordanti.

La retorica dell’invasione continua a far breccia nel discorso pubblico, oscurando la realtà dei numeri e ignorando le reti complesse che guidano le migrazioni. Questo sottolineano gli studi degli antropologi che si occupano di migrazioni.

Minori stranieri non accompagnati: navigatori solitari

Nel mosaico migratorio, i minori stranieri non accompagnati (MSNA) rappresentano una tessera particolare: bambini che attraversano frontiere, sistemi giuridici e contesti sociali come navigatori solitari di un mare ignoto.

In Italia, questo fenomeno ha assunto contorni definiti dagli Anni Novanta, caratterizzato da un ampliamento dei Paesi di provenienza e da un aumento dei richiedenti asilo.

L’approccio a questi giovani migranti richiede una visione olistica. Richiede una visione che superi la logica dell’emergenza per costruire percorsi di inserimento personalizzati.

Come interpreti culturali, gli operatori devono decifrare il bagaglio di valori e norme che questi minori portano con sé, evitando generalizzazioni e sviluppando competenze interculturali. Questo ci dicono gli studiosi di antropologia.

La costruzione di progetti educativi per i minori stranieri non accompagnati è come l’edificazione di un ponte: richiede fiducia, continuità e capacità di riconoscere che concetti come “superiore interesse del minore” sono anch’essi costruzioni culturali relative.

L’antropologia ci invita a riflettere sul nostro sguardo, a riconoscere che le categorie attraverso cui osserviamo il fenomeno migratorio sono lenti culturali.

Queste lenti possono distorcere tanto quanto chiarire la comprensione di fenomeni complessi, come l’immigrazione.

All’immigrazione – e con essa al tema più ampio della diversità culturale – è dedicato il Master in Mediazione Interculturale, Comunicazione e Gestione dei Conflitti.

Il Master ha iniziato il suo percorso formativo nell’anno accademico 2002-2003, sotto la direzione del pedagogista Agostino Portera, con le lezioni in presenza.

Da una quindicina di anni il Master è con formazione a distanza e tre seminari in presenza.

Questa formula didattica consente l’alta formazione universitaria e l’aggiornamento anche a quei professionisti, operatori e neolaureati che lavorano e che vogliono essere preparati per gestire il tema della diversità.

Articolo a cura di Maurizio F. Corte

* L’articolo è stato scritto sulla base dei contenuti dell’insegnamento di Antropologia dei Processi Migratori – Master in Mediazione Interculturale, Comunicazione e Gestione dei Conflitti all’Università di Verona

(Foto di copertina di Gerd Altmann da Pixabay)

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