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Le Competenze Interculturali per vincere le sfide della società multiculturale

Centro Studi Interculturali - Università di Verona - Master in Mediazione Interculturale e Gestione dei Conflitti ----

Comunicazione interculturale, Mediazione interculturale, Gestione dei conflitti. Ma anche il Cooperative Learning e, fondamentali, le Competenze interculturali in un contesto caratterizzato da immigrazione, globalizzazione economica. Sono questi gli strumenti che, come Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona mettiamo in campo per vincere le sfide del nostro tempo.

L’illusione di un certo nazionalismo romantico – è bene ricordarlo – ha lasciato il passo a un mondo i cui confini sono divenuti sfumati, aleatori, cangianti. Un mondo distopico che il sociologo polacco Zygmunt Bauman  non tardò a definire “liquido” perché, come tutti i fluidi, non può mantenere il proprio assetto inalterato a lungo. Ciò fa riferimento allo sviluppo delle società multiculturali con la relativa mixité culturale, in cui risulta ardua l’assegnazione di contorni precisi a una cornice valoriale e assiologica piuttosto che a un’altra, e ci ricorda come i concetti di integrità e purezza delle etnie rivelano la loro totale inappropriatezza in un mondo che rende l’incontro con la differenza – oltre che inevitabile – soggetto a continue negoziazioni, aggiustamenti e revisioni.

Quell’incontro a cui anela l’espressione “claim of culture”, ovvero rivendicazione delle culture, utilizzata da S. Benhabib per rendere l’idea di movimento e interazione, che si oppone all’immagine di fissità delle culture offerta dal cosidetto “multiculturalismo a mosaico”, il quale rimanda a una visione del Sé come unitario, armonico e dotato di un irriducibile centro culturale.

L’Io, per contro, risulta invece essere spalancato sull’alterità, specchiandosi e inverandosi con l’Altro da Sé. Avviene cioè una sorta di “deflagrazione esistenziale” tale per cui la trama enattiva della relazione genera la morfologia della persona.

La bellezza dello scambio e il valore della contaminazione culturale producono nuove forme e sfumature di colore – una sorta di schismogenesi virtuosa – attraverso un processo dinamico e complesso. Non si tratta più, allora, della medesima persona, ma di un’altra che, della pluralità delle appartenenze, ne fa una caratteristica fondativa.

Non si possono edificare ponti verso l’Altro se non si è disposti a costruirsi una nuova identità; tuttavia, senza confini, senza delle pareti (non muri) che la custodiscono è molto difficile pensarla. È l’idea di identità che genera il confine; un’identità, però, che non deve essere intesa in maniera reificata, rigida, anchilosata, ma piuttosto cangiante. E ciò significa essere disposti a costruire un dialogo autentico avulsi dalla presunzione di essere i depositari della verità, mostrando invece una profonda disposizione ad aprire spazi di ascolto affinché il dire dell’Altro diventi non tanto intellegibile, quanto piuttosto ascoltabile e non immediatamente negato.

In altri termini, la differenza rappresenta lo spazio in cui si realizza ogni possibile declinazione dell’identità, sia quella del soggetto in quanto tale sia quella dell’altro, perché essa non può esse­re considerata come un’essenza precostituita e immodificabile, ma deve essere osservata secondo l’ottica della scelta.

Nel corso del suo ciclo vitale l’individuo, infatti, plasma la propria identità più e più volte perché analizzarla sotto il profilo della scelta non significa negare il fatto che la persona nasca all’interno di una deter­minata cultura di appartenenza, ma vuol dire che si è libe­ri di scegliere e decidere se aderire a determinati valori, se rimanere all’interno di un contesto culturale o emigrare verso altri lidi.

Da ciò si evince che la differenza non è sola­mente ascrivibile alle molteplici culture presenti nel mondo o alle varie identità nazionali che un individuo può o meno possedere. Sebbene possa implicare il rischio di imbattersi in fenomeni di tipo comunitario, integralista o settario, differen­za vuol dire anche avere la capacità e il coraggio di scegliere, di selezionare idee, comportamenti e orientamenti verso cui tende­re per costruire la propria identità all’interno del contesto di riferimento senza privarsi, per questo, di essere riconosciuti come individui e soggetti.

Va da sé che l’appartenenza che ne deriva deve essere re-interpretata come multipla e proteiforme, avulsa da categorizzazioni rigide e statiche che la vorrebbero imbrigliata all’interno di un unico luogo, di un unico popolo, di un’unica cultura. Intendere il binomio diversità-differenza in maniera granitica finisce per darne una coloritura negativa, favorendone dei vincoli, uno dei quali è rappresentato dall’essenzializzazione della differenza.

Tale considerazione conduce da un lato a credere che tutti gli appartenenti ad un gruppo condividano le medesime credenze, la stessa lente sul mondo e, quindi, la stessa aspettativa; dall’altro, proprio perché portatori di tali differenze, sono irrimediabilmente distinti l’uno dal’altro. Specifica M. Nussbaum (1999, pp. 74-80): «appaiono necessarie interazioni fondate sullo scambio aperto delle argomentazioni critiche relativamente alle scelte etiche e politiche, rispettando tutti i punti di vista. […] Coloro che partecipano a tali interazioni dovrebbero gradualmente acquisire la capacità di distinguere, all’interno delle proprie tradizioni, ciò che è particolaristico da ciò che potrebbe diventare una norma per altri, ciò che è arbitrario e ingiusto da ciò che potrebbe essere giustificato mediante un’argomentazione ragionata».

In tal senso l’approccio interculturale rimanda a un processo bidirezionale di negoziazione in cui sono contemplati aggiustamenti di interessi diversi e – questo quantomeno è l’auspicio – la reciproca comprensione avanza, cercando di raggiungere dei punti di equilibrio riconosciuti da tutte le parti coinvolte. Si parla di trasformazioni, di cambiamento a partire dal nerbo saldo del pensiero libero, autonomo, assertivo, tenendosi in equilibrio tra lassismo e autoritarismo. Un sincretismo culturale certo non facile, ma fertile, perché può dar origine a una nuova mixité di valori, progetti, sentimenti, comportamenti.

Occorre, però, essere preparati. Oggigiorno è come se il mondo fosse esploso e si trovassero i pezzi di esso ovunque (in tutti i luoghi e in ciascun ambito di vita); pertanto, a partire dal principio deontologico del rispetto per la diversità e la dignità umana, è di primaria importanza sviluppare – e perfezionare continuamente – competenze interculturali per allargare gli orizzonti del sapere e abbattere barriere sociali.

Sono proprio le competenze interculturali che nel Master in “Intercultural competence and management” (con gli studi e le professionalità su Mediazione interculturale, Comunicazione interculturale e Gestione dei conflitti) vengono poste al centro per raccogliere le sfide di un mondo caratterizzato dalle molteplici culture.

Dr. Marta Milani, PhD
Centro Studi Interculturali – Università degli Studi di Verona

 

 

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