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Media e immigrazione, fra giornali e social media

Aylan - Corso di Mediazione Interculturale - Master in Intercultural Comperence and Management

E’ considerato il più grosso fenomeno di massa che interessa la società contemporanea, la grande emergenza sociale e umanitaria nei Paesi ad alto sviluppo. Stando a giornali, radio e televisioni, le migrazioni sembrano incontrollabili visto che i notiziari non fanno altro che raccontare di un flusso ininterrotto di persone. Eppure, spostarsi da un Paese all’altro, da un continente povero ad uno ricco è, per uomini, donne e bambini, un viaggio personale e familiare che si fa da sempre.

“‘Aylan Kurdi giaceva senza vita a faccia in giù, tra la schiuma delle onde, nella sua T-shirt rossa e nei suoi pantaloncini blu scuro, piegati all’altezza della vita. L’unica cosa che potevo fare era fare in modo che il suo grido fosse sentito da tutti’. Nilufer Demir è la fotoreporter che ha scattato la foto simbolo della crisi umanitaria legata all’immigrazione: sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, Aylan, tre anni, è morto scappando dalla guerra. Insieme a lui hanno perso la vita altre 11 persone, tra cui il fratello Galip che di anni ne aveva 5”. (Il fatto quotidiano, 3 settembre 2015).

Potere dei social media, storie come quella di Aylan sono capaci di emergere in un istante fra milioni di tragedie alternative. Lo dimostrano scatti diventati simboli di un flusso giornaliero, lento, costante, che ha migliaia di volti e storie che restano anonime. Come una fotografia dal fronte degli sbarchi riesce a scuotere le coscienze? Perché ricordiamo Aylan e non suo fratello, che pure era un bambino?

MIGRAZIONI E AGENDA DELLE NOTIZIE
Il fenomeno migratorio è balzato in cima all’agenda delle notizie nel 2015, quando i media internazionali hanno segnalato il più imponente movimento di persone nella storia recente. Ma sono almeno trent’anni che l’Italia accoglie extracomunitari, clandestini, rifugiati, profughi, richiedenti asilo o migranti, a seconda di come è stata di volta in volta etichettata questa massa di stranieri in fuga dai Paesi di provenienza.

Perché tv e i giornali ora sono pieni di storie migratorie? Come la stampa affronta, nel rapporto fra media e immigrazione, questi drammi diventati uno dei principali strumenti di battaglia politica e schermaglia demagogica?

Il cuore della questione è “narrativa”. E la possiamo affrontare grazie alle competenze che la comunicazione interculturale e la mediazione interculturale ci forniscono.

Da un lato, a fare la differenza nella percezione dell’opinione pubblica, c’è il modo in cui vengono raccontate le storie e quanto vengano usate a fini ideologici, strumentalizzate, distorte dalle dinamiche di schieramenti opposti. Quanto un giornalista o un fotoreporter riesce “solamente” a raccontare una storia per quella che è, e quanto invece lui e la sua storia subiscono un repertorio di pregiudizi? Quanto si resta neutrali in un contesto fortemente influenzato da misere campagne elettorali, populismi e odio razziale?

Dall’altro ci sono i social media, l’ingestibile piazza virtuale in cui si lanciano messaggi propri e si rilanciano pensieri altrui, dove si fa prima a mettere un like che a finire di leggere il contenuto di un post. In essa c’è una comunicazione così veloce, governata più dalla pancia che dalla testa, che ogni immagine, testo o video rischia di essere distorto nel momento stesso in cui è emesso.

In mezzo c’è un messaggio che viene strattonato da un lato e dall’altro fino a che la volontà di esporre gli eventi, la disumanità dei viaggi, la corruzione nella loro gestione, la brutalità dei numeri che cancellano le identità delle vittime, si deforma e crea un’agenda che ispira discriminazione e odio.

Il punto è che nella maggior parte dei casi i migranti, cioè i protagonisti del fenomeno, non hanno voce. Come non ne ha avuta Galip, la cui foto non ha fatto il giro del mondo.

Anche i Paesi che storicamente sono stati costruiti sulla migrazione, in uscita e in entrata, dagli Stati Uniti all’Italia, sembrano perdere di vista i migranti che vivono in mezzo a loro, che fanno parte a pieno titolo dell’identità nazionale. Non riescono a restituire loro il diritto alla presenza, a dire la loro, a esporre la loro versione, perché magari tutto viene rilanciato per scopi sensazionalistici, propaganda o danarose collezioni di click.

I SOCIAL MEDIA E L’IMMIGRAZIONE
Se già i media forniscono notizie inaccurate, incomplete, mal interpretate o volutamente esagerate, distorte, manipolate, figuriamoci cosa è in grado di fare la rete che non ha alcun tipo di codice comportamentale.

Se l’ennesimo naufragio in mare cade nell’indifferenza generale c’è un problema narrativo, se una giornalista arriva a fare uno sgambetto per far cadere un uomo con un bambino in braccio mentre ne riprende la fuga c’è una questione di correttezza informativa. Ma c’è da porsi la stessa domanda se sul web si passa dal disagio al fastidio all’intolleranza, dall’odio razziale all’istigazione alla violenza.

Anche la notizia di Aylan, se non detta bene e ascoltata meglio, finisce solo per generare scalpore e prosciugare la pietas.

Il problema – nel rapporto fra media e immigrazione – è anche di chi legge la storia: ci si limita a sussulti di compassione, a reazioni di sdegno, di disinteresse o a esplosioni di contrarietà e rabbia da condividere sui social o invece si cerca di capire, di verificare i numeri oggi che la rete dà tutti gli strumenti per farlo, di entrare nel merito della singola storia senza fare di tutta l’erba un fascio, o è sempre più facile mettere una faccina dall’emozione preconfezionata giusto per stare in pace con la coscienza?

Barbara Minafra
Giornalista, diplomata al Master in Intercultural Competence and Management

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