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Media. La fabbrica del senso: chi scrive il copione della nostra vita

Il computer da accendere. Poi una scorsa al notiziario dell’agenzia Ansa. Quindi un’occhiata ai siti dei giornali più importanti.

Si iniziava così la mia giornata di lavoro, intorno alle 16.30, quando ero nella redazione de L’Arena di Verona, sezione Interni/Esteri.

Entrare al giornale era come entrare a teatro. Da regista, sul palco, vedevo dare gli ordini agli attori e alle attrici sulla parte da recitare. Tempo dopo quegli ordini li ho dati pure io.

Il copione era sempre molto simile a se stesso, nei giorni che passavano: il Medio Oriente, con i suoi conflitti; gli Stati Uniti, con i suoi presidenti e le “operazioni di pace” nel mondo; un poco di Europa.

Anche la cronaca nera nazionale si assomigliava. Se era caduto un ultraleggero, con la morte di pilota e passeggero, avevo l’apertura già fatta. Il resto veniva da sé.

Nel buio del mio teatro c’era il pubblico. Tuttavia, non lo si vedeva. I social media non erano ancora diffusi come oggi.

Non c’era ovviamente l’Intelligenza ArtificialeSi faceva tutto a mano, spesso ispirati dalle notizie che dava la televisione; oltre che dai menù (l’elenco dei servizi giornalistici del giorno) che forniva l’Ansa.

La scena di me – e degli altri colleghi – davanti al computer, con i gesti ripetuti secondo una certa liturgia, è il cuore di tutto.

Quella scena racconta una cosa che noi spettatori — noi lettori, noi utenti, noi naviganti dei social — facciamo fatica a vedere: i media non riflettono la realtà. La fabbricano.

Come ogni fabbrica che si rispetti, i media hanno una catena di montaggio, hanno capi reparto, turni di lavoro, costi di produzione e clienti che pagano per il prodotto finito.

Il prodotto finito siamo noi che ci pensiamo informati.

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