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Aziende, la comunicazione interculturale è la chiave del successo

Comunicazione Interculturale, Mediazione Interculturale, Gestione dei Conflitti - Master Intercultural Competence and Management - UniVerona

L’esperienza del Master sulla Mediazione interculturale, la Comunicazione interculturale e la Gestione dei conflitti – organizzato dal Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona – c’è modo di approfondire i temi dell’agire comunicativo in contesti complessi. Per questo voglio qui parlare di comunicazione, legandola anche all’esperienza in azienda con cui mi misuro ogni giorno nell’ambito del mio lavoro di consulenza.

Viviamo nell’era del Globo Compatto. Persone di parti del mondo molto distanti tra loro entrano in contatto su un asse temporale e geografico molto stretto. La perdita di confine dell’agire quotidiano è palpabile nelle diverse dimensioni dell’economia, dell’informazione, dell’ecologia, della tecnica, della società civile, e diviene qualcosa di famigliare ma contemporaneamente inconcepibile.

Vista in questa prospettiva, la globalizzazione appare come un’uccisione della distanza, quella stessa distanza che teniamo tra noi e ciò che non conosciamo o che non ci piace. La distanza che ci mantiene all’interno dei luoghi in cui ci sentiamo a nostro agio, protetti, al sicuro. E’, questa, la distanza di sicurezza.

Come business export coach, quando mi confronto con imprenditori e manager che si occupano delle attività internazionali delle loro imprese, osservo spesso atteggiamenti di presunta apertura mentale, laddove, al contrario, la resistenza personale e organizzativa al cambiamento è invece evidente. La si può toccare con mano.

C’è allora un interrogativo da porsi: quanto è utile, per la nostra crescita professionale e personale, restare a distanza di sicurezza da cose, situazioni e soprattutto da persone che non conosciamo? Quanto è invece importante agire per avvicinarci all’alterità, al “diverso” attraverso il quale imparare io dialogo e il confronto?

Per uscire dalla nostra “comfort zone” il primo elemento da prendere in considerazione è quello comunicativo. Come ci mettiamo in comunicazione con gli altri? Come agiamo di fronte a sistemi di comunicazione lontani dal nostro? Nella comunicazione le persone mettono in atto tutta una serie di meccanismi automatici che consentono alla vita quotidiana un andamento fluido: secondo Stuart Hall, come il linguaggio organizza il pensiero, così lo spazio organizza le attività.

Il potenziale comunicativo dell’organizzazione dello spazio è l’oggetto della prossemica ossia il termine, coniato da Hall, per le osservazioni e le teorie che concernono l’uso dello spazio dell’essere umano, inteso come una specifica elaborazione della cultura.

Per noi esseri umani la distanza virtuale che rappresenta la nostra intimità, il nostro raggio di sicurezza è di circa 60 cm, ossia la lunghezza media del braccio teso. Questa “bolla” è un dato di “natura”, mentre la sua dimensione, il suo valore sono dati di “cultura”.

Tant’è che il significato della distanza, dall’intimità alla estraneità, cambia con il cambiare della cultura a cui le persone appartengono o nella quale si riconoscono.

Siamo noi che grazie alla conoscenza della cultura di appartenenza del nostro interlocutore, mettendoci in ascolto e in osservazione dei suoi atteggiamenti, evitando di ragionare ed agire per stereotipi e pregiudizi culturali, possiamo influire positivamente, o meno, sulla buona riuscita della nostra comunicazione.

In presenza di uno o più potenziali clienti, ricordiamoci di avere una postura rilassata, composta ed autentica. Ricordiamoci che, in qualsiasi cultura del mondo, la testa eretta comunica apertura così come il gesto di inclinarla in avanti mentre ascoltiamo dimostra accoglienza ed interesse.

Lavoriamo per aumentare la consapevolezza dei nostri gesti, dell’uso della nostra voce; rammentiamo di strutturare il nostro discorso ponendo attenzione al ritmo, alle pause, al timbro.

Ho imparato che non esiste una garanzia di interpretazione degli atteggiamenti altrui in base a schemi predefiniti e, di conseguenza, ho appreso quanto sia importante nell’approccio ad una cultura “altra” isolare temporaneamente i propri frameworks onde poter sentire e accogliere la diversità.

Nel mondo del business poche sono le aziende che comprendono l’importanza di una preparazione interculturale del personale dipendente: nel mondo globalizzato in cui viviamo ed operiamo è, però, impossibile pretendere di conoscere ogni singola cultura ed individuarne il tipo di approccio più opportuno.

Per questo, un manager attivo in campo internazionale, non può prescindere dalla conoscenza di determinate competenze interculturali che partono dal rispetto per la cultura “altra”, l’astensione del giudizio, la capacità di osservazione e di ascolto empatico, l’abilità nella gestione dei conflitti, la congruenza con se stessi, la propria personale cultura e la conoscenza dei diversi stili comunicativi.

Su questi temi ci sarà modo di confrontarci e di riflettere in occasione della macro-area specialistica del Master in “Intercultural Competence and Management” (Mediazione interculturale, Comunicazione e Gestione dei conflitti) dedicata alla comunicazione interculturale e alla mediazione in ambito aziendale.

Lucilla Rizzini
Business Export Coach – Docente di internazionalizzazione e nuovi mercati nel Master in Intercultural Competence and Management

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